Cristiani & panisse (un’apologia degli atei… e una dei cristiani!)

Pubblico volentieri questa lettera dell’amico don Guido Gallese, responsabile della Pastorale giovanile genovese. Proprio la scorsa settimana, in occasione della Veglia di Pentecoste al Santuario della Guardia, abbiamo iniziato un discorso che parlava di cristiani dalla consistenza della panissa e non del pane. Oggi mi rallegra vedere che quel discorso non è morto lì, ma ha dato spunto a questo articolo.

Prima di procedere alla lettura, per chi non è genovese, una doverosa precisazione: Che è la panissa? E’ un piatto simile alla farinata, fatto di farina di ceci. Molto buono, ma di consistenza molliccia e farraginosa. Se prendi in mano una fetta di pizza, bene o male riesci a tenerla per il bordo senza che cada (al massimo si piega un po’ verso la piunta); se fai lo stesso con la panissa: non ci riesci! Si sgretola tutta e in mano non ti resta un bel nulla!

E ora: godetevi l’articolo e buone riflessioni!

Andrea

 

Cristiani & panisse (un’apologia degli atei… e una dei cristiani!)

Carissimi, siamo in una società in cui la Chiesa è sotto un forte e ben strutturato attacco. E siamo anche in una società in cui “non possiamo non dirci cristiani”. Molte volte sento degli input che vengono da entrambe le direzioni, e questo porta anche un po’ di confusione in chi vive questa duplice dimensione.

 

L’altro giorno mi ha fermato una signora e mi ha chiesto: “Padre, mi potrebbe confessare? Sa, non mi danno mai l’assoluzione: dicono che sono una strega, che faccio del male…”; “Ma lei vuole bene o vuole male alla gente?”; “Io voglio bene alle persone, e faccio anche il bene, ma se qualcuno mi fa del male, beh… allora glielo faccio anch’io…”; “Vede signora, per dare l’assoluzione ad una persona, bisogna che questa si renda conto di cosa ha sbagliato e che abbia almeno il desiderio di non voler fare più questa cosa sbagliata. E poi a Gesù hanno fatto del male: e lui come ha reagito? Essere cristiani vuol dire essere seguaci di Gesù, per cui non dobbiamo semplicemente chiederci se di fronte a qualcuno che ci ha fatto del male siamo stati capaci di non fargliene, ma dobbiamo chiederci se siamo stati capaci di amarlo e di pregare per lui, come ci ha chiesto Gesù: è questa la rivoluzione cristiana!”; “Ah, ho capito padre: finalmente ho capito! Bene, così adesso ci penso un po’ su…”.

Non si è voluta confessare subito. E credo che sia stata saggia: ha capito bene qual era la posta in gioco. Tante volte invece mi è capitato di sentire in confessione: “Padre, io sono un buon cristiano: non uccido, non rubo,…”. Spesso ho risposto: “Lei intende asserire che gli atei invece uccidono e rubano? Cioè: gli atei sarebbero degli assassini?”. Io non apprezzo per nulla questa implicita (e comoda) svalutazione degli atei: nel contempo mi preme di far capire che non c’è bisogno di scomodare Gesù Cristo per non uccidere e non rubare!

Essere cristiani è ben più che essere giusti! E non c’è bisogno di essere credenti per essere giusti. Essere credenti è per andare molto oltre la semplice giustizia: serve per intraprendere la strada dell’amore che è una strada “unilaterale” (se così si può dire). Non si guarda a quello che fa l’altro, si pensa solo a donare. Detto questo, ci sono pochi cristiani!!

Beh, la sfida è proprio questa! Vogliamo essere cristiani? Vogliamo fare sul serio? Oppure essere – comme se dixe a Zena – delle panisse? A noi la scelta! Per fare la nostra scelta, però (e qui, dopo l’apologia degli atei, viene quella dei cristiani…), dobbiamo sgomberare il campo da un altro grave fraintendimento: tante volte sento dire “Ci sono degli atei che sono molto migliori dei cristiani” e “Anche gli atei fanno servizio”.

Alla prima rispondo dicendo che, se non si considera che i cristiani sono quelli che ho descritto prima, allora è molto probabile trovare atei molto migliori di cristiani che… non sono veramente cristiani! Piuttosto ribalto la questione ed affermo: è veramente difficile trovare degli atei migliori dei cristiani di cui ho parlato!

Alla seconda obiezione rispondo che bisogna chiedersi perché gli atei fanno servizio: per una questione di giustizia? Bene. Ma l’amore vale ben più della giustizia! Non c’è paragone tra un atto fatto con una motivazione di giustizia e uno fatto per amore. Allora lo fanno per una questione di amore? In questo caso chiedo: di amore inteso come sentimento (come quasi tutti pensano), oppure di amore inteso come atto di volontà (come quasi solo noi cristiani riteniamo)? L’amore inteso come sentimento è qualcosa di mutevole, in definitiva lo faccio finché “mi sento”, c’è quindi ancora una ragione radicalmente egoistica: io devo sentire, “provare”, qualcosa nel fare quell’atto. L’amore inteso come atto di volontà è molto superiore: lo faccio perché quella persona ha bisogno e basta. Non guardo alla mia gratificazione, che ci può essere, ma non è essenziale all’atto. Qui si collocano i cristiani (quelli veri).

La domanda è: un ateo può fare servizio in questa prospettiva? Sarei ben contento di poter rispondere di sì. Ma questo sì gli atei dovrebbero guadagnarselo: se infatti avessero la prospettiva dell’amore gratuito al di fuori di un contesto soprannaturale, ma solo materialistico, credo che dovrebbero darci un bel po’ di spiegazioni interessanti e mai sentite. Che tra l’altro cozzerebbero sicuramente con tutto il bagaglio relativistico che si portano dietro e che ci propinano quotidianamente a mo’ di nutrizione forzata… (perché mai amare un altro se tutto è relativo?). Ma questo non è il cuore del discorso, è solo una curiosità interessante da conoscere. Il punto, per noi cristiani, senza starci troppo a guardare intorno sta qui: cristiani o panisse?

Don Guido Gallese

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