Quando si negava l’anti-Umanità dei Gulag…

Aleksandr Solzenicyn, Premio Nobel per la Letteratura per le sue opere di denuncia storica dei gulag sovietici

Aleksandr Solzenicyn, Premio Nobel per la Letteratura per le sue opere di denuncia storica dei gulag sovietici

«C’è una parola che si usa molto oggi: “anticomunismo”. È una parola molto stupida e mal composta perché dà l’impressione che il comunismo sia qualche cosa di primitivo, di basico, di fondamentale. E così, prendendolo come punto di partenza, anticomunismo è definito in relazione a comunismo. Per questo affermo che la parola è stata mal scelta e fu composta da gente che non conosceva l’etimologia: il concetto primario, eterno, è Umanità. Ed il comunismo è anti-Umanità. Chi dice “anti-comunismo”, in realtà sta dicendo anti-anti-Umanità. Un costrutto molto misero. Sarebbe come dire: ciò che è contro il comunismo è a favore dell’Umanità. Non accettare, rifiutare questa ideologia comunista, inumana, è semplicemente essere un essere umano. Non è essere membro di un partito.»

(Aleksandr Isaevič Solženicyn)

 

Sulla Stampa di ieri (5 Agosto 08) fa capolino un attento editoriale di Barbara Spinelli dal titolo Il profeta nel purgatorio del Gulag. Si parla dell’opera di Aleksandr Solzenicyn, scrittore e storico russo mancato nei giorni scorsi. Fu tra i primi a denunciare le barbarie del regime staliniano e fu, ovviamente, profeta inascoltato. Anzi, di più: fu proprio emarginato, nonostante il Nobel per la Letteratura ricevuto nel 1970. In Europa, Italia compresa, le sue opere furono boicottate. Nenache messe all’indice, perché nemmeno venivano pubblicate o diffuse. O sarebbe potuto venire qualche dubbio sulla grande ideologia comunista che, si sa, in Italia ha sempre avuto uno spessore culturale non indifferente. Ci son volute le ultime elezioni di quest’anno per vedere l’assenza in Parlamento di “Comunisti” che ancora si vantano di tale nome e delle insegne di falce e martello. Mi domando se sia “umano” (nel senso della citazione sopra riportata) il perorare una politica basata su tutto questo.

Personalmente paragono le insegne comuniste, in tutto e per tutto, alle insegne che portarono a morire milioni di persone innocenti nei campi di concentramento nazisti. Le une erano nere, le altre rosse: ma il minimo comun denominatore resta lo stesso: un totalitarismo che nulla ha da spartire con le parole democrazia, libertà, giustizia.

Andrea Macco 

Soppressi solo nel 1960 (7 anni dopo la morte di Stalin) i Gulag videro 18 milioni di reclusi e 10 milioni di prigionieri di guerra e confinati speciali. Il numero di morti accertate si stima essere di circa 3 milioni, escludendo le morti dovute alle dure condizioni di vita (riguardante circa l80% dei prigionieri)

Soppressi solo nel 1960 (7 anni dopo la morte di Stalin) i Gulag videro 18 milioni di reclusi e 10 milioni di prigionieri di guerra e confinati speciali. Il numero di morti accertate si stima essere di circa 3 milioni, escludendo le morti dovute alle dure condizioni di vita (riguardante circa l'80% dei prigionieri)

Di seguito alcuni stralci dell’editoriale di Barbara Spinelli. Per leggere l’articolo completo cliccare qui.

«Quando in Occidente apparve l’Arcipelago Gulag di Aleksandr Solzenicyn – scritto fra il 1958 e il ’68, uscì nel ’73 a Parigi – fu come un torrente che s’abbatté sulle menti, le conquistò o le intimidì, comunque le cambiò per sempre. Il «saggio di inchiesta investigativa» era colmo di fatti, non confutabili; il tono era quello del profeta; lo sguardo sui campi di Lenin e Stalin aveva l’acutezza che possiedono gli occhi costantemente spalancati sul dolore. Occhi che scrutano dietro il sipario srotolato sulle cose; che le disvelano, come nell’Apocalisse quando ogni velo cade. Occhi che scoprono la paura che muove i mondi e tuttavia prepara la coscienza. Come in Isaia 28, 19: «Solo il terrore farà capire il discorso».
I fatti e il terrore narrati da Solzenicyn non erano ignoti. Chi voleva sapere, sapeva quasi da principio.
[…] Solzenicyn fu un torrente perché iniziò a erodere questi tabù, in Francia anche se non in Italia. Qui lo scrittore venne sminuito, spesso ignorato. Più intelligente e astuto dei compagni francesi, il Pci seppe costruire un muro, attorno allo scrittore, che lo teneva a distanza e lo rendeva sospetto. Era troppo russo e sferzante, troppo credente. Disturbava i revisionismi sfumati, e aveva una serietà che stonava: pochi resistettero al conformismo di un’intellighenzia che a differenza della francese non stava discostandosi dal partito comunista, negli anni dell’Arcipelago, ma assaporava proprio allora le sue primizie di potere. […] »
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